HODO-HODO

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HODO-HODO 程々のデザイン: Just Enough Design

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HODO-HODO 程々のデザイン

Ho letto il saggio Just Enough Design, dove il designer Taku Satoh mette a confronto la forchetta occidentale con le hashi giapponesi. Secondo Satoh la forchetta è un oggetto iper-progettato, presenta un manico sagomato che dice fisicamente alle nostre mani "impugnami qui e usami solo così". Al contrario viene contrapposto l’esempio delle hashi, semplicemente due bastoncini rastremati che si offrono in modo indifferente dicendo: "usami come vuoi". Non impongono istruzioni, ma si affidano interamente all'intelligenza motoria, alla gestualità e all'adattabilità di chi le impugna.

Lo stesso accade con il furoshiki, un semplice pezzo di tessuto quadrato privo di cuciture, manici o cerniere. Questa apparente "scomodità" costringe l'utente a ingegnarsi, stimolando l'adattabilità e l'iniziativa personale per piegarlo e annodarlo intorno a qualsiasi forma.

Satoh definisce questo approccio come hodo-hodo no dezain: trattenersi deliberatamente prima del completamento assoluto di un oggetto per creare uno "spazio vuoto" cognitivo e pratico.

È in questo spazio vuoto creato volutamente in maniera etica e coscienziosa che nasce la relazione tra uomo e oggetto, un design che consegna una parte di creatività e di autonomia all’utente. 

La società contemporanea invece è stata colpita da quello che Satoh definisce il "Convenience Virus" (il virus della convenienza). Spinti da diverse forze diverse da quelle che mantengono etica e centralità umana come bussola, i produttori progettano costantemente per evitare ogni movimento del corpo e della mente. Ma quando il corpo smette di muoversi, così come la mente, l’uomo si avvia verso il deperimento.

La cosa interessante è che l’hodo-hodo si sposa molto bene metaforicamente e non con la società di oggi, nell'era dell'Intelligenza Artificiale e del “c’è un app per tutto” , dove questo virus della convenienza è migrato dal corpo al cervello, trasformandosi in una pervasiva convenienza cognitiva. L’AI che nasconde una complessità “probabilistica” e ci fornisce in ogni caso un output pronto, eliminando lo sforzo della ricerca, della selezione e del dubbio genera due patologie documentate:

  • Skill Atrophy (Atrofia delle competenze): La dipendenza costante da risposte preconfezionate indebolisce le nostre abilità intellettuali di base, proprio come l'uso del GPS atrofizza l'orientamento spaziale.
  • AI Overreliance (Sovraffidamento): Gli utenti tendono ad accettare ciecamente i suggerimenti della macchina senza verificarli, rinunciando al pensiero critico e scambiando la plausibilità statistica per verità oggettiva.

Qui si inserisce anche la riflessione di Luciano Floridi nel volume Il nodo etico che** ci ricorda che le tecnologie stanno trasformando l'intero ambiente in cui viviamo onlife in un’infosfera dove l'essere umano non può essere ridotto a un mero utente passivo o consumatore di dati.

Si parla dell'Homo Poieticus: l'essere umano inteso come creatore, progettista e custode responsabile della realtà semantica in cui vive. Il nostro dovere fondamentale è la poiesis la costruzione attiva e consapevole di modelli e concetti (il conceptual design) per dare senso al mondo.

Se deleghiamo interamente il pensiero all'IA in nome della comodità, stiamo regredendo dalla poiesis costruttiva a una mimesis (imitazione). Invece di essere produttori di significato, diventiamo semplicemente parte del "gioco delle ombre" statistico e probabilistico della macchina, rinunciando alla responsabilità del nostro progetto congitivo.

E se per salvare il nostro cervello dall'atrofizzazione cognitiva, dovessimo applicare i principi dell'Hodo-hodo all'Intelligenza Artificiale? Se smettessimo di progettare un'IA che fa tutto al posto nostro e la immaginassimo hodo-hodo, “quanto basta”? Decidere volutamente di progettare in modo da stimolare anche le capacità cognitive dell’umano.

Così come si stanno mettendo in discussione legalmente le caratteristiche dei social network ormai riconosciuti ampiamente come dannosi, si potrebbe pensare sempre più ad una modifica della tecnologia, potrebbe essere la progettazione di un approccio agli strumenti, potrebbe essere l’inserimento, sotto forma di skill nel mondo tech, di filosofia ed etica per evitare di creare prodotti nocivi alla salute, a discapito certo del mero business.


Davide Belotti
UX Designer
Human Centered Design Sircle


HODO-HODO 程々のデザイン: Just Enough Design

I recently read the essay Just Enough Design, where designer Taku Satoh compares the Western fork with Japanese hashi (chopsticks). According to Satoh, the fork is an over-designed object; it features a contoured handle that physically instructs our hands, "hold me right here, and use me only like this." Conversely, hashi present a striking contrast: simply two tapered sticks that offer themselves neutrally, saying: "use me as you wish." They impose no instructions; instead, they rely entirely on the motor intelligence, dexterity, and adaptability of the person holding them.

The same principle applies to the furoshiki. A simple, seamless square piece of fabric without handles or zippers. This apparent "inconvenience" forces the user to be resourceful, stimulating personal initiative and adaptability to fold and knot it around any shape.

Satoh defines this approach as hodo-hodo no dezain. Deliberately holding back before an object’s absolute completion to create a cognitive and practical "blank space."

It is within this blank space, intentionally created ethically and conscientiously, that the relationship between human and object is born. A form of design that delegates a degree of creativity and autonomy back to the user.

Contemporary society, however, has been infected by what Satoh calls the "Convenience Virus." Driven by forces far removed from ethics and human-centricity as a guiding compass, manufacturers continuously design to eliminate any movement of the body and mind. But when the body stops moving, and the mind follows, humanity slides toward decay.

What makes hodo-hodo particularly compelling is how well it serves as a metaphor for today's AI-driven era of "there's an app for everything". In this landscape, the convenience virus has migrated from the body to the brain, mutating into a pervasive cognitive convenience. AI, which hides a "probabilistic" complexity while serving us instantly ready-made outputs, eliminates the effort of research, selection, and doubt. In doing so, it triggers two documented pathologies:

1) Skill Atrophy: Constant reliance on pre-packaged answers weakens our foundational intellectual abilities, much like continuous GPS usage atrophies spatial orientation.

2) AI Overreliance: Users tend to blindly accept machine suggestions without verification, surrendering critical thinking and mistaking statistical plausibility for objective truth.

This aligns closely with the insights of philosopher Luciano Floridi in The Ethical Node, reminding us that technology is transforming our entire onlife environment into an infosphere where human beings cannot be reduced to mere passive users or data consumers.

Floridi speaks of Homo Poieticus: the human being as a creator, designer, and responsible steward of their semantic reality. Our fundamental duty is poiesis (creation, production, formation, and making).
The active conscious construction of models and concepts (conceptual design) to give meaning to the world.

If we delegate thought entirely to AI in the name of convenience, we regress from constructive poiesis to passive mimesis (imitation). Instead of being producers of meaning, we become mere participants in the machine's statistical and probabilistic "shadow play". Abdicating responsibility for our cognitive agency.

What if, to save our brains from cognitive atrophy, we applied the principles of Hodo-hodo to Artificial Intelligence? What if we stopped designing AI that does everything for us and instead envisioned a hodo-hodo AI—a "just enough" AI? A deliberate choice to design systems that actively stimulate and engage human cognitive capabilities.

Just as the mechanics of social media networks are now facing legal scrutiny after being widely recognized as harmful, we could advocate for a structural shift in technology. This could mean redesigning our approach to tools, or integrating philosophy and ethics directly into the tech world as core skills. Preventing the creation of health-damaging products, even if it comes at the expense of pure, unchecked business growth.

Davide Belotti
UX Designer
Human Centered Design Sircle

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